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Tempeste d'acqua dolce (scampoli d'omelia nella XII domenica del tempo ordinario)

 

 

"In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?»."
Oggi torna in auge il racconto del Vangelo di Marco. Finito il tempo forte della Pasqua e delle feste che si porta appresso, torniamo a rivestirci di colore liturgico verde, a significare che sono riprese le domeniche del tempo ordinario. Il Vangelo che oggi la liturgia ci propone è una pagina famosa. È il conosciutissimo racconto della “tempesta sedata”. Come sempre, ogni particolare del Vangelo non è mai a caso, è sempre proteso a indicare in maniera più approfondita il senso del tutto.
Il racconto si apre con un’annotazione: “In quel giorno, venuta la sera…”. Ebbene sì, sarebbe da ingenui non pensare che la nostra vita è un continuo alternarsi di luci ed ombre, di giorni felici e di notti faticose. Gesù, nel Vangelo di oggi, inizia il suo dialogo con i discepoli proprio all’inizio della notte, alla sera. La sera è il tempo della stanchezza, è il tempo dove si sperimenta la nostalgia, la mancanza, il ricordo di chi non ti è affianco. Di solito la sera è carica di tutto queste cose e per sopportarne il peso facciamo la cosa più umana che sappiamo fare: ci mettiamo a dormire. La nostra soluzione agli interrogativi della sera molto spesso sono i sonni. Pensiamo che dormendo le cose poi cambino per magia. Ma proprio davanti a questa “sera” dei discepoli, Gesù fa una cosa strana, esercita una provocazione: “Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva»”. Cioè dice ai discepoli che quando arrivano a sperimentare questa sorta di stanchezza esistenziale non devono abbandonarsi alla depressione, al sonno, ma devono avere il coraggio di “passare all’altra riva”, di fare cambiamenti radicali nella propria vita. Allo stesso tempo, però, questi cambiamenti radicali, a volte accadono senza che li abbiamo scelti, accadono e basta. Ti ritrovi da un momento a l’altro in una situazione che non avevi previsto, in un posto che non avevi scelto, in una regione della tua vita che non avevi mai percorso. In una parola ti ritrovi “all’altra riva” (il terremoto ci insegna…). Fatto sta che in una maniera o nell’altra ad un certo punto si passa oltre, si cambia. E il Vangelo continua dicendo che: i discepoli “lo presero con sè, così com’era, nella barca”. Anche questa buffa annotazione non è banale. Cristo, o ce lo prendiamo nella barca della nostra vita così com’è, oppure non possiamo far salire sulla barca ciò che noi ci aspettiamo da Cristo. Questa operazione sarebbe taroccare la realtà, sarebbe mistificare una cosa oggettiva come “un altro da sé”. Cristo o lo si accetta senza aggiustamenti oppure non è più Cristo, è qualche prodotto venduto al banco della roba usata, dove cerchi il meglio e ti accontenti di ciò che trovi assecondando solo i tuoi gusti e non la verità.
Detto questo, la traversata, così come la racconta il Vangelo, diciamo che non è stata delle migliori. Capita sempre così: una volta che ti decidi a fare qualcosa di diverso, a fare qualche cambiamento radicale, scoppia la tempesta. E in questa tempesta sperimentiamo il binomio dolore e Dio che dorme, precarietà e Dio che dorme, fatica e Dio che dorme. Pare che la nostra vita accada mentre Dio si è addormentato, e ci sentiamo soli. Eppure quel Dio è sulla barca con i suoi. Essi non sono soli, ma percepiscono solo solitudine. E così sgorga dalle loro labbra una preghiera che tante volte sale anche dai nostri cuori: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Che tradotto significa: non ti importa niente di quanto io stia soffrendo? Non ti accorgi di come non riesco più a rialzarmi? Non ti curi di quello che è accaduto? Non vedi che mio figlio è morto? Non ti sei reso conto che non abbiamo più da mangiare e un lavoro? Non ti importa che la mia vita è legata a un ciclo di chemio? Quante di queste preghiere diciamo a questo Dio dormiente. A questa domanda il Vangelo registra la risposta di Gesù: “Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?»”. È bello pensare a questo gesto di Gesù. Egli non evita la tempesta ai suoi ma a un certo punto dice “basta”. Quel “basta” è pronunciato anche sui nostri dolori, sulle nostre sofferenze, sulle nostre fatiche, sui nostri lutti. Tutte queste cose non sono per sempre, prima o poi Dio decreta una fine a ciascuna di esse. Le contiene in un argine ben determinato. Ed è così che accade la nostra vita, tra le tempeste, la paura ma anche la consapevolezza che in questa barca della vita non siamo veramente soli, che Dio sta con noi e anche se lo percepiamo addormentato Egli continua ad avere cura di noi, a difenderci, ad arginare ciò che ci fa paura e ci mortifica. Egli non è un compagno come gli altri è uno che ha potere di far obbedire anche “il vento e il mare”, cioè di avere le redini di cose che sono fuori dal nostro possibile. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» dice Gesù ai suoi discepoli. E lo dice anche a ciascuno di noi. Ci dice che credere significa bandire la paure di tutte queste cose dalla nostra vita. Di ricordarci continuamente che le tempeste che viviamo hanno le ore contate. Che ogni vento impetuoso che si abbatte contro di noi non può avere veramente l’ultima parola. Quando siamo dei “suoi” siamo assicurati così. Non siamo risparmiati dalle tempeste ma non siamo in balia di esse. Siamo dentro le stesse circostanze di tutti ma non siamo soli veramente.
Signore, tu fai finta di dormire perché io abbia il coraggio di fare tutto il possibile.
Quando il mio possibile si esaurisce tu alzi la tua mano e argini ciò che mi opprime.
Tu sei Padre, anche quando non ti capisco e quando mi sento solo. Anche quando la mia preghiera sembra non scalfire i cieli. Forse perché i cieli tu li hai posti a poppa delle barche della nostra vita. Tu sei con noi sempre, fino alla fine dei giorni. Perciò destati! Stendi la tua mano e sgrida anche per noi il vento e il mare. Riempici di timore e liberaci dalla paura, perché il timore nasce dall’amore e dallo stupore, la paura, invece, dalla solitudine e dall’odio.
Signore ascoltaci.
 
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