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Il Papa a L’Aquila di d.Luigi Maria Epicoco

“Hai trasformato il nostro lamento in danza”. Questo versetto dei salmi è la descrizione poetica di quello che è accaduto a noi e alla nostra gente a L’Aquila, durante la visita del Papa. Abbiamo tutti sperimentato, nonostante gli occhi ancora gonfi di lacrime, che persino i pianti possono diventare fecondi quando qualcuno ti ricorda che non tutto è perduto se rimane la voglia, la decisione, la passione di voler ricominciare. Questo ha fatto per noi il Santo Padre. Ci ha confermati nella fede ma soprattutto nella speranza. È venuto a rialzare i muri caduti delle nostre certezze e dei nostri entusiasmi, e ci ha indicato  direzioni più alte delle macerie che ci circondano. Si sa, quando si soffre, la sofferenza rischia di diventare totalizzante; l’unica chiave di lettura di tutta la storia. Ma chi ti vuole davvero bene non ti compiange, né ti abbandona, ma ti aiuta a ricordare, a guardare tutta la realtà, non solo quella che fa più rumore e più male. Così anche la pioggia silenziosa è diventata una benedizione, e quel sole nascosto dietro le nuvole l’ho visto risplendere sui volti della gente, della nostra gente. Fra i sorrisi rugosi degli anziani e le inquietudini dei bambini, tra gli occhi lucidi dei giovani e le mani strette dei superstiti. Il papa è con noi. Il papa non ha regalato scampoli di benedizioni ma ci ha offerto una paternità forte su cui poggiare progetti di ricostruzione che non possono crescere orfani di amore. Solo quando qualcuno si sente amato riesce ad osare, a rischiare, a provare vie audaci di ripresa. È questo Amore che abbiamo sperimentato tutti. Certe cose, però, non le puoi davvero raccontare, perché la parola tradisce l’esperienza. Puoi solo sperare che gli altri si fidino che ciò che hai vissuto non ha la durata di un emozione ma il respiro di una vita diversa, migliore.

 

Onna non è più solo la capitale di questo terremoto ma è l’avamposto da cui proclamare che è tempo di svegliarsi dai convenevoli della tragedia ed è pronta la primavera della gente, delle istituzioni, della chiesa e di tutti gli uomini di buona volontà.

 

Collemaggio non è più solo una Basilica caduta ma il cantiere di una Chiesa più grande di quel recinto che non ha bisogno solo di un tetto nuovo ma di fedeli nuovi, non più sonnecchianti fra i banchi ma pronti alle porte per portare nel mondo quella buona novella del perdono che il Santo papa Celestino ha lasciato in quel luogo.

 

La Casa dello studente non è più soltanto il teatro macabro di chi ha visto tradito il proprio futuro ed è rimasto seppellito tra quelle mura. Ma è il promemoria per chi vorrà ricostruire, affinché l’ingegneria sia abitata non solo dai buoni calcoli ma da consapevoli coscienze che sanno riconoscere il valore della vita più grande di quello degli interessi.

 

Questo ha fatto il successore di Pietro. Ha trasfigurato l’orrore in opportunità, “il nostro lamento in danza”.

 

Ora però non è più tempo di utopie ma di impegno. Da oggi la nostra speranza è un cantiere.

 

d.Luigi Maria Epicoco

 

 
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